Il regime change è una cosa seria
Assad se ne deve andare, Assad se ne vada, Assad non può più star lì, Assad non è più legittimato, Assad ha violato ogni decenza umanitaria. La maggior parte dei leader globali pensa che il rais sirano non debba più stare dov’è, che a Damasco ci sia bisogno di un regime change. Nessuno ha idea di come farlo, però, il cambiamento del regime. C’è un generale consenso sulla via yemenita – sostituire il dittatore di oggi con un altro più malleabile e collaborativo – con l’unico particolare non irrilevante che non c’è un sostituto credibile di Assad.
20 AGO 20

Assad se ne deve andare, Assad se ne vada, Assad non può più star lì, Assad non è più legittimato, Assad ha violato ogni decenza umanitaria. La maggior parte dei leader globali pensa che il rais sirano non debba più stare dov’è, che a Damasco ci sia bisogno di un regime change. Nessuno ha idea di come farlo, però, il cambiamento del regime. C’è un generale consenso sulla via yemenita – sostituire il dittatore di oggi con un altro più malleabile e collaborativo – con l’unico particolare non irrilevante che non c’è un sostituto credibile di Assad. Non c’è un leader tra i ribelli, non c’è un leader nell’establishment (o forse c’è, ma è più facile che piaccia ai russi e agli iraniani che all’occidente), non c’è nemmeno uno straccio di Chalabi. Il regime change à la yemenita non si può fare.
L’alternativa è quella libica, ma a parte che formalmente quello non era nemmeno un regime change perché nessuno ha avuto il coraggio di chiamarlo così, un voto al Consiglio di sicurezza è difficile da ottenere. C’è allora l’alternativa dei Balcani – Clinton che bombarda Milosevic senza l’appoggio dell’Onu – ma pare difficile che un’Amministrazione americana tanto multilaterale e tanto propensa a mandare avanti gli alleati piuttosto che metterci la faccia riesca a sostenere uno strappo internazionale di questo tipo, a pochi mesi dalle elezioni poi.
Quindi? C’è l’alternativa irachena, l’unico regime change riuscito: l’Iraq è un paese fragile, ha subito centinaia di migliaia di morti, ambiguo nella sua strategia con l’Iran, opaco nella gestione interna tra sunniti, sciiti e curdi (anzi sono tornate le cosiddette bombe settarie contro gli sciiti), con un premier che ha tanta voglia di fare il dittatore, ma oggi Saddam Hussein non c’è più, le truppe straniere nemmeno, e dal primo luglio l’esercito iracheno lascerà le grandi città e tornerà la polizia. Per fare questo regime change ci sono voluti: la chiarezza morale e strategica di alcuni volenterosi contro il resto del mondo; tantissimi uomini sul terreno, boots on the ground; un cambio di strategia militare deciso, con la contrarietà di tutta l’opinione pubblica mondiale, nel momento più drammatico della campagna. Si può pensare che quella guerra non fosse giusta e questa, contro la Siria, invece lo sia: noi pensiamo che siano entrambe giuste, ma un regime change non lo puoi fare facendo andare avanti i turchi, i sauditi, i qatarioti. Bisogna assumersene la responsabilità, i costi politici, sociali, economici. Morali soprattutto, e il pragmatismo, sorry, non basta.
Quindi? C’è l’alternativa irachena, l’unico regime change riuscito: l’Iraq è un paese fragile, ha subito centinaia di migliaia di morti, ambiguo nella sua strategia con l’Iran, opaco nella gestione interna tra sunniti, sciiti e curdi (anzi sono tornate le cosiddette bombe settarie contro gli sciiti), con un premier che ha tanta voglia di fare il dittatore, ma oggi Saddam Hussein non c’è più, le truppe straniere nemmeno, e dal primo luglio l’esercito iracheno lascerà le grandi città e tornerà la polizia. Per fare questo regime change ci sono voluti: la chiarezza morale e strategica di alcuni volenterosi contro il resto del mondo; tantissimi uomini sul terreno, boots on the ground; un cambio di strategia militare deciso, con la contrarietà di tutta l’opinione pubblica mondiale, nel momento più drammatico della campagna. Si può pensare che quella guerra non fosse giusta e questa, contro la Siria, invece lo sia: noi pensiamo che siano entrambe giuste, ma un regime change non lo puoi fare facendo andare avanti i turchi, i sauditi, i qatarioti. Bisogna assumersene la responsabilità, i costi politici, sociali, economici. Morali soprattutto, e il pragmatismo, sorry, non basta.